Il Diario: Tom Hiddleston (dal Financial Times 2011)

11 marzo, 2011

Prima di decidere di diventare un attore, ho letto i Classici all’università e il mio poema preferito è ancora l’Odissea. L’eroe eponimo di Omero – quello per cui facciamo tutti il tifo – è un uomo dalle mille astuzie: marinaio, viaggiatore, guerriero, amante, avventuriero. Ma forse la ragione più importante per cui Odisseo ha ottenuto la gloria della fama eterna è semplicemente perché, dopo dieci anni a Troia, e altri dieci per mare, riesce a tornare a casa. Ritorna dalla sua famiglia: dalla moglie Penelope, da padre Laerte e dal figlio Telemaco. IL suo status di eroe dipende dal ritorno felice a casa.
Stavo pensando a Odisseo lo scorso fine settimana mentre ero all’aeroporto Internazionale di Los Angeles. Mentre Colin Firth accetta il suo tanto eroico e tanto attes Oscar per “Il Discorso del Re” – una odissea familiare per Giorgio VI di tipo leggermente diverso – io stavo tornando a casa. Ho visto la parte iniziale della cerimonia nella sala d’imbarco, e sono salito a bordo del mio volo qualche attimo dopo che Kirk Douglas ci mostrasse il carisma di una star del cinema vecchio stile. Così ho calcolato che nel momento esatto in cui i piedi di Colin Firth hanno preso il volo, così i miei (in senso letterale). Mi sono addormentato durante il decollo. Non sono sicuro che Colin Firth sia atterrato.

Ero a Los Angeles per dare gli ultimi ritocchi al prossimo film su un super-eroe dei fumetti, “Thor”, diretto da Kenneth Branagh, con Chris Hemsworth, Natalie Portman e Anthony Hopkins. Sono orgoglioso di dire che continuo la lunga tradizione dei Cattivi britannici e interpreto Loki, il cattivo del film, fratello minore di Thor e dio norreno degli inganni.
E’ un fumetto della Marvel e un’epica odissea nordica in cui Thor, il dio del Tuono, è esiliato da Asgard e deve trovare la strada di casa. Essendo il geloso e malvagio Loki, faccio del mio meglio per impedirglielo. Il film è un’esplosione di tuono e luce colorati e brillanti, con al centro una burrascosa dinamica familiare e, spero, sarà un gran divertimento.

20160324-financialtimes-01Ero felice di tornare a casa, dopotutto, non foss’altro perché tornavo in tempo per l’uscita di un altro film, molto diverso, del quale sono molto orgoglioso. “Archipelago” è il nuovo film scritto e diretto da Joanna Hogg. E’ il suo secondo film.
Il suo primo film, “Unrelated” (2007), è stato il mio primo ingaggio, a sole due settimane dal diploma alla scuola di recitazione, Joanna ed io eravamo sorpresi come tutti quando il film fu premiato da critici e pubblico, e Joanna veniva salutata come nuova, sicura autrice britannica. Interpretavo Oakley, un diciannovenne arrogante e irresponsabile. Entrambi i film mi hanno insegnato un’importante lezione sulla recitazione davanti alla macchina da presa, esperienze di cui andare fiero.

In “Archipelago” interpreto Edward, ventottenne che ha appena lasciato una promettente carriera negli intestimenti bancari, e sta per imbarcarsi nella sua personale odissea: undici mesi di volontariato tra le comunità di malati di Aids in Uganda. La madre e la sorella hanno organizzato un viaggio di famiglia a Tresco, isola a venticinque miglia dalla costa della Cornovaglia, come saluto. Sperano tutti che il padre arrivi nell’isola, ma non si fa mai vivo. Come potete immaginare, la tensione creata dalla sua battaglia per la libertà personale e autodefinizione, al di fuori dell’unità familiare, è schiacciante e soffocante. Per definire se stesso, Edward ha bisogno di viaggiare, avventurarsi, di imbarcarsi, per poter poi ritornare, tornare a casa.

Joanna Hogg è unica, perchè fa film sulle persone che conosce – la classe media inglese – e in qualche modo ispirata dagli autori che ama – Eric Rohmer, Michael Haneke e Yasujiro Ozu. Non conosco nessuno come lei. Fa film molto europei su persone molto inglesi. Il suo lavoro è austero, impegnativo, e con un finale aperto. La telecamera è ferma, le scene sono lunghe, il ritmo è lento. I suoi personaggi sono tranquilli, passivi, spesso lontani. Non succede molto, non si risolve molto. Ma sotto la superficie c’è una quieta disperazione, una corrente di sottotesto potente, che chiede di essere espressa. Nella mia interpretazione di Edward, Joanna mi ha chiesto vulnerabilità, compassione, sensibilità, la quieta sofferenza di un giovane uomo che imbottiglia tutte le se emozioni per timore che prendano tutto lo spazio nella stanza. E’ molto inglese in un modo molto particolare. E’ raramente messo al centro della storia nei film. Molti di noi concepiscono il dramma che nasce dal conflitto. Il dramma è estremizzazione. Questo è ciò che ci dicevano i Greci. O no?

20160324-financialtimes-02Una settimana dopo la conclusione delle riprese per “Archipelago”, ho venduto il mio appartamento a Kentish Town. Dopo un’altra settimana, mi sono trasferito nell’appartamento di un architetto a Venice Beach, California – la mia casa per i sei mesi che ci sono voluti per fare “Thor”, e non mi vergogno di dire che sono stati tra i più felici della mia vita.
Correvo lungo la costa del Pacifico ogni sabato mattina, col sole sulla faccia, a Febbraio, e mai, per un solo secondo, l’ho dato per scontato. Un mese di riprese ed ero di nuovo in viaggio – questa volta per il matrimonio di mia sorella – verso Chennai, in India, dove ora vive con suo marito Yakov, e dove sperano di metter su famiglia.
Cinque giorni nei colori accecanti e luminosi dell’India e danze Bollywood infinite, e infine ero ancora a Venice, felicemente accomodato e, come Ulisse e Calipso, pensavo che sarei rimasto là per sempre. Ma casa mi ha chiamato ancora, e prima di accorgermene ero di nuovo a Londra, a prepararmi per “Midnight in Paris” di Woody Allen (indovinate dove?), e la prospettiva di un ruolo in “War Horse”, il prossimo film di Steven Spielberg.

Ho lasciato la scuola d’arte drammatica nell’estate del 2005. Da allora è stata l’odissea più sorprendente. Ho lavorato a Parigi, Mosca, New York, Milano, Reykjavik, Brussels, Ystad in Svezia, Santa Fe nel Nuovo Messico, Los Angeles e, ovviamente, Londra. Non so mai dove il vento mi porterà. Spesso i manca la mia famiglia quando sono via. Eppure, ogni film, ogni storia parla di famiglia in qualche modo.
Mentre giravamo “Thor”, Anthony Hopkins si chinò una volta e mi bisbigliò, “Sai, tutti i grandi attori James Mason, Robert Mitchum, Peter O’Toole, Richard Burton – erano tutti così aperti, affascinanti, ottimisti, ma ognuno di loro aveva una piccola valigia di sofferenze, e questo era ciò che li rendeva grandi.”
Io ho usato molte valigie, ed è un mio obbligo professionale quello di andare sul set e scavare nella sofferenza. Qualche volta devi fare molta strada tra molte case per poter tornare a Casa. Non ho mai dovuto combattere così tanti dei e mostri come Ulisse. Ma è stato un gran bel viaggio, fino ad ora.

 

fonte: FinancialTimes.com