Diario dalla Guinea: Ritorno a Londra

Venerdì 1 febbraio, 15:08

guinea06

Quindi, questo è tutto, eccoci qui.

Sono tornato a Londra. Sono tornato a casa mia.

Tornato in mezzo al trambusto e alla frenesia. Tornato tra la monotonia, il caos e la follia. Tornato a casa dove c’è acqua corrente e il calore del riscaldamento centralizzato. Tornato a dormire nel mio letto senza una zanzariera. Tornato al cibo dentro al frigorifero, a quello nella dispensa e al cibo nel supermercato dietro l’angolo.

Ho visto cose che non ho mai visto prima.

Quando ho iniziato a scrivere questo blog ho parlato della vita in Guinea come “un puzzle in cui i pezzi continuano a muoversi e cambiare forma, che a sua volta alterano l’immagine, come guardarlo da prospettive diverse o in momenti diversi della giornata”

Durante la mia prima notte, Julien ha dipinto l’idea di realtà in Guinea come “aperta all’interpretazione”. Sotto alcuni punti di vista, questo è vero. Il punto di vista cambia a differenza dello spettatore. Questa è la legge della relatività.

Ecco quello che invece non è concepibile lasciare alla libera interpretazione.

Ogni anno in tutto il mondo più di due milioni di bambini muoiono di fame. Non dovrebbe essere così. I bambini in Guinea iniziano la vita stando in una posizione di grave svantaggio. Quelli che sono malnutriti posso sopravvivere alla fine, sempre se vengono curati in tempo. Se le loro madri si accorgono dei sintomi abbastanza presto, se vanno al Centre de Santé, che spesso dista miglia e miglia, se questi bambini rispondono alla cura della la pasta di arachidi terapeutica  e specialmente al latte per l’alimentazione terapeutica. Se i loro genitori sono in grado di nutrirli con cibi nutrienti, nutrirli a sufficienza in modo tale da mantenerli in buona salute. Se vincono la lotta contro la malaria. Se vivono vicino ad una buona scuola. Se riescono a trovare lavoro. Se i loro genitori possono proteggerli dallo sfruttamento da parte dei militari. Se sono fortunati. In precedenza i bambini malnutriti possono farcela, possono sopravvivere. Sembra paradossale dirlo, ma sono i più fortunati rispetto alle altre condizioni.

I bambini malnutriti crescono in condizioni di svantaggio. Saranno fisicamente più piccoli, magari con una minore capacità intellettuale. Il loro cervello e il corpo non si sviluppano nello stesso modo. Naturalmente, c’è sempre la possibilità che questo cambi e che ci sia il grande risultato attraverso il duro lavoro, l’istruzione, la formazione e la forza di volontà della persona stessa. Ma questi bambini iniziano così svantaggiati. La gara della vita – la corsa per la vita – è infinitamente più lunga e infinitamente più difficile. Ogni giorno devono affrontare sfide per la loro sopravvivenza e lo sviluppo. Il contesto è importante. Ho avuto il privilegio di aver visto con i miei occhi questo contesto e aver toccato con mano. Vivono in mezzo al nulla. Non c’è acqua. C’è scarsa igiene. Vi è carenza di cibo. Vi è mancanza di educazione. Le condizioni sono inconcepibilmente difficili: sono incredibili, fino a quando non li ho visti con i miei occhi, fino a che non ho vissuto in mezzo a loro, anche per il più breve tempo.

Prima della mia visita in Guinea, sapevo che la fame nel mondo e la malnutrizione erano un problema. Ma il problema era solamente accademico nella mia mente. Dopo aver visto i bambini malnutriti con i miei occhi e la loro partenza svantaggiata nella vita, un imperativo morale impone di agire e diventa impossibile da ignorare.
In occidente diamo per scontato i nostri più semplici privilegi. Molti lo hanno detto prima di me, e molti lo diranno dopo di me. E ‘ancora vero. Nelle regioni più povere dell’Africa occidentale ti puoi dimenticare di una bella doccia o un bagno caldo alla fine di una lunga giornata. A proposito di bagno, non hanno nemmeno il gabinetto. Ti puoi dimenticare di aprire un rubinetto o poterti precipitare  al negozio per comprare il giornale, una tavoletta di cioccolato e del detersivo. In Guinea, la gente cammina 15 miglia per arrivare al fiume e lavare i propri panni. Lavare i vestiti occupa l’intera mattinata. Non puoi solamente premere il bottone avvio della lavatrice.

Non sono un salvatore. Sono assolutamente l’ultima persona sul pianeta che può praticamente aiutare. Io non so come fabbricare i diversi tipi di latte per alimentazione terapeutica. Non sono un chimico. Non sono un medico e nemmeno un ingegnere. Non riesco a produrre vaccini antipolio o organizzare il loro trasporto ai centri di salute in Saramoussayah o Bissikirima. Non riesco a costruire scuole, sistemi di drenaggio o di progettazione. Non posso fornire le donne e i bambini di Mandiana con l’acqua necessaria.
Sono solo un attore. È interessante notare che non esiste una cosa simile all’attore in Guinea. Semplicemente non viene catalogata come una professione. Ho sentito parlare del ‘griot’: il termine usato in Africa occidentale per descrivere il narratore, il poeta, il bardo. Ma nelle scuole che ho visitato, quando ho chiesto ai bambini cosa avrebbero voluto fare da grandi, le risposte sono state: maestro-ministro della educazione-idraulico-elettricista-carpentiere-maestro-insegnante  e ancora maestro. Molti hanno anche detto di voler lavorare per l’UNICEF.

Le persone che stanno veramente aiutando sono quelli che vivono qui. Sono eroici e per lo più del tutto sconosciuti. Julien Harneis, il rappresentante residente dell’UNICEF in Guinea e la nostra guida, è un uomo di straordinaria cultura, esperienza, energia, di estrema curiosità e gentilezza. E’ il suo lavoro all’UNICEF, lavoro di divisione delle risorse finanziarie e mediche. Si assicura che i piani e le varie politiche ottengano risultati concreti sul campo. E ‘il suo lavoro di coordinamento con il governo della Guinea e le autorità locali; fa in modo che i progressi da entrambi le parti (umanitarie e di viluppo) viaggino e progrediscano in parallelo. Egli è coadiuvato dal Ackebo Felix, il suo vice, da donne come Michele Akan Badarou, il suo specialista in comunicazione, dal dottor Pierre Andou, il suo specialista di nutrizione. E ‘gente come Idrissa Souaré, Capo d’Oriente, e Mariame Kanka Labe Diallo, la direttrice professionale de Santé di Saramoussayah, la quale mi ha lasciato un’impressione significativa. Non dimenticherò mai il suo viso finché vivrò. Queste sono le persone che stanno facendo il lavoro, giorno dopo giorno. Questo lavoro non è malinconico e nemmeno o sentimentale. E ‘gioioso.

Poi c’è Pauline Llorca e Louise O’Shea, due donne infaticabili, di ispirazione, incessanti e gentili e il loro team a UNICEF UK a Londra, che lavora instancabilmente e con tanta passione per la promozione, lo sviluppo e l’implemento dell’UNICEF e delle sue politiche e programmi in tutto il mondo. E’ con loro che avrò un debito di eterna gratitudine. Sono loro che mi hanno concesso il privilegio di visitare la Guinea. Hanno reso tutto questo possibile.

Quello che ho imparato in Guinea è che siamo tutti responsabili per le condizioni del nostro mondo. Il mondo – e il sistema dove scambiamo, condividiamo, collaboriamo e combattiamo – chiaramente NON funziona. Siamo forti tanto quanto i nostri più deboli membri.

L’UNICEF è gestito a tutti i livelli, da forti e inesorabilmente energiche persone profondamente capaci, che utilizzano tale energia, forza e capacità per aiutare coloro che ne hanno più bisogno: i più deboli, le donne e i bambini più svantaggiati del nostro mondo.

Tutto quello che posso fare, ora, è rendere le persone consapevoli di ciò che sta accadendo, di ciò che stanno facendo.

Questo è tutto ciò che posso fare. Per ora.

Tradotto da: Valentina Magginelli