Diario dalla Guinea: giorno 3

Domenica 27 gennaio 2013, 10:46

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Diamo un occhio alla scena. Da quando abbiamo lasciato Conakry, abbiamo guidato verso est, guidando in profondità, verso le parti più povere del paese, dove il terreno è arido, bruciato e grezzo. La strada è rossa e polverosa. Su entrambi i lati il terreno è secco e carbonizzato. Ci stiamo dirigendo a est verso il confine con Mali, che è chiuso e tra l’altro troppo pericoloso per noi, non possiamo avvicinarci a causa dell’instabilità che vige sul paese. Non ci spingeremo molto in là, fino all’estremo oriente, ma sarà molto istruttivo visitare le parti più povere e remote del paese, perché la malnutrizione infantile, l’istruzione e l’accesso all’acqua potabile, in quei luoghi, sono nelle condizioni peggiori.

La strada è piena di buche, con profonde trincee poste su entrambi i lati, delimitando in modo incrementale l’asfalto, come se una creatura terrificante, proveniente da un antico mito, avesse preso a morsi i lati della strada. E ‘difficile  guidare in velocità, nonostante la scarsità di altri veicoli sulla strada. Per un’ora, lo si può tranquillamente sopportare. Dopo sei ore, la schiena è contratta e la testa vacilla. Di tanto in tanto ci passano vicino taxi locali dove ogni centimetro di spazio a bordo è occupato dai passeggeri. Di tanto in tanto ci passa a fianco un camion di carburante, che si snoda a passo di lumaca tra le profonde buche sparse per la strada, come se fosse un campo minato. Sono venuto qui aspettandomi  naturalmente che le condizioni fossero difficili – dovrò fare appello al mio senso dell’avventura.

Non ho alcun segnale sul mio cellulare, non ho nessun altro posto dove andare, sono tagliato fuori dal resto del mondo e tutto ciò che ho per tenermi compagnia  sono i miei pensieri e le conversazioni con il mio team. È come vivere costantemente alla giornata. Guardando verso il cielo sovrastante. Ma, naturalmente, il periodo  di endurance è limitato per me. In una settimana sarò di ritorno a Londra, in grado di scegliere tra la metropolitana, un taxi, un’auto o una bicicletta per correre in giro ad alta velocità. Per gli abitanti della Guinea, questa è la vita. Queste sono le condizioni in cui devono vivere ogni giorno. Queste sono le distanze che devono percorrere: per procurarsi il cibo,  del gasolio, per lavare i panni nel fiume. È un pensiero che fa riflettere.

D’altro canto il mio francese sta migliorando. Inevitabilmente ci sono molte lingue e dialetti locali a seconda della regione, ma il francese è per lo più all’ordine del giorno, soprattutto quando si comunica con le comunità locali e le autorità mediche. “Il faut parler en français. Vous êtes sur?” (dobbiamo parlare francese, siete sicuri?) chiedono. “Oui, je absolument comprends plus que je parle, mais je comprends a la plupart des choses” (si, capisco più di quello che parlo, ma comprendo la maggior parte delle cose) Necessità genera capacità. Se voglio capire, ho bisogno di ascoltare. E poi, è divertente.

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Sul fronte Lingua Francese, finisco presto dalla padella alla brace. La mattina del mio terzo giorno, siamo stati invitati alla stazione radio rurale di Bissikirima, che raggiunge gli abitanti della regione di Dabola in Guinea, contenente  circa 171,983 persone. La radio di Bissikirima è stata fondata e finanziata dall’ UNICEF, che ha anche provveduto alle attrezzature tecnologiche, lo staff è composto da figure di autorità locali di energia e di eloquenza. Siamo stati accolti calorosamente e introdotti in studio per assistere a una trasmissione in diretta, l’émission.

L’esuberante DJ accoglie due ospiti nella cabina, e tra intermezzi musicali, discutono di questioni locali, ma anche del fatto di trasmettere importanti informazioni riguardanti alcune questioni chiave alle quali ho già accennato: acqua, servizi igienici, allattamento al seno, immunizzazione dei bambini ed educazione. Ad un tratto mi viene in mente il programma radio della BBC “today” o NPR negli Stati Uniti. La radio qui tiene le persone informate, in contatto e la voce in circolo.

Fondamentalmente, però, la comunità è impegnata in un dialogo con se stessa. Le madri in ascolto, che vivono nelle zone più remote del paese, non hanno idea che l’UNICEF è affiliata al programma. In questo momento stanno semplicemente ascoltando il loro DJ preferito, a cui capita di discutere dell’importanza dell’acqua, dei servizi igienici e della manutenzione delle latrine locali. Lo stesso vale per il ragazzino di 10 anni che ha parcheggiato la sua bicicletta in riva al fiume e sta ascoltando attraverso il suo transistor portatile. Forse sente per caso una trasmissione sull’importanza di lavarsi le mani,per poi divulgarlo a casa sua. UNICEF ha trovato un modo unico di aiutare la comunità locale, aiutarli ad essere autosufficienti e ad auto-educarsi. Ma l’aiuto è invisibile, proprio come quando i vaccini UNICEF arrivano nei villaggi per immunizzare i neonati contro le malattie, non c’è nessun marchio sulle siringhe.

Le madri, gli infermieri e i medici non sanno da dove vengono le vaccinazioni, ma sanno di per certo che in qualunque modo, arrivano.

Dieci minuti dopo, arriva una telefonata. Chiunque può chiamare il numero verde e il DJ ei suoi colleghi sono lì per rispondere alle loro domande. E ‘una brillante idea. (Orange, la società di telecomunicazioni, ha una forte presenza in Guinea. È l’unica pubblicità che ho visto per  tutto il paese. Molti non sanno scrivere il proprio nome… Ma tutti hanno un telefono cellulare). Qualche istante dopo, sono invitato ad entrare nella cabina per dire “ciao” agli ascoltatori della regione di Dabola. Un conto, però, è parlare il mio “accantonato da troppo tempo e sgrammaticato” francese per conversare con un medico ospedaliero: un altro conto invece è affrontare improvvisamente un numero imprecisato di ascoltatori locali in una trasmissione live, nella mia figura di sostenitore dell’UNICEF. Tutto quello che posso fare è ringraziarli per avermi accolto, e faccio loro la  promessa di voler condividere, tutto ciò che vedo e che sto imparando, con i miei amici e colleghi;  di diffondere la parola e di portare i problemi della Guinea all’attenzione del Regno Unito , e successivamente al mondo. La radio a Bissikirima è un altro strumento per la comunicazione e l’educazione. E ‘una goccia nel mare che un giorno potrebbe cambiare le sorti del paese.

La comunicazione è la chiave di tutto.

Dopo la trasmissione mi presentano un uomo gentile con la barba brizzolata, vestito di seta color malva. È  un “comunicatore tradizionale”. E’ venuto a dirci come lui è solito propagare simili messaggi a tutte quelle persone che forse non ascoltano la radio e non prestano alcuna attenzione ai consigli del DPS locale (l’ufficiale medico) o ai rappresentanti dell’UNICEF dopo che se ne sono andati. Chiede se ci piacerebbe assistere a  una dimostrazione di come lui solitamente parla ai membri più conservatori delle comunità riguardo ai soliti problemi. Mi piacerebbe molto.

Molto bene” risponde “è così che parlo con i nonni delle ragazze che si tagliano” Le sue ultime parole risuonano nell’aria. Io non capisco e devo rivolgermi a Pauline per ulteriori chiarimenti. Sta per dirci come cerca di combattere la pratica continua della mutilazione genitale sulle giovani donne. Mi ci vuole un attimo per comprendere appieno questa cosa. Sono profondamente scioccato nel sentire che esista una tale pratica. Ma lui è già in piedi. E ‘un attore straordinario.

Da dove ricevi il potere?” urla egli al suo collega (la riproduzione del nonno). “Da dove ricevi il potere per dire alle giovani donne che cosa fare con i loro corpi? Volete che le vostre figlie trascorrano il resto della loro vita nel dolore? Vuoi davvero che le tue figlie passino la loro vita a urlare tutte le notti? E vuoi davvero che le figlie delle tue figlie trascorrano le loro notti a piangere per la vergogna? “

 

Il novantacinque per cento delle donne in Guinea sono vittime della mutilazione genitale. La pratica è schiacciante. Ancora più scioccante è il fatto che questa pratica è abitualmente eseguita sulle giovani donne dalle donne più anziane. Si tratta di un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta: un rituale che dovrebbe preparare una donna alla sopportazione del dolore, una lezione per insegnare che il dolore è una costante, a cui non bisogna cedere.

Il comunicatore tradizionale mi dice che il rituale ha origine dal mito di Abramo. Abramo ebbe due mogli, una più vecchia e una più giovane (la più giovane era stata una serva della donna più anziana). Ma la sua prima moglie era sempre gelosa della seconda moglie – gelosa dell’amore e dell’affetto che Abramo provava per lei. Questo è stato aggravato dal fatto che la prima moglie non diede ad Abramo alcun erede, mentre la seconda moglie gli diede due figli: Isacco e Ismaele. In un raptus di gelosia la donna più anziana “tagliò” la sua rivale, in modo da farla sembrare meno attraente e meno desiderabile agli occhi di Abramo. Ma l’amore di Abramo per la sua seconda moglie non diminuì dopo che era stata tagliata. Il suo affetto per lei fu forse maggiore. Senza capire e in preda alla disperazione, la sua prima moglie inflisse a se stessa  la mutilazione. “Ed è per questo motivo che esiste quest’ usanza tra le donne”  ci spiega  il comunicatore tradizionale.

Se la maggior parte delle donne della Guinea conoscono questa storia dalla storia popolare è un’altra questione, ma è inquietante il modo in cui la pratica delle mutilazioni genitali femminili (l’excision) è comune. E ‘difficile per l’UNICEF trovare il giusto equilibrio per aiutare ad educare le giovani donne  e quelle meno giovani su questo problema, soprattutto perché il metodo della circoncisione maschile è stato provato come sistema efficace  e significativo per ridurre il rischio di contrarre l’HIV. Ma l’UNICEF sta lavorando con i comunicatori tradizionali, che sono viste come figure molto fidate e  attendibili nelle comunità rurali, per diffondere la parola tra le donne, per far capire loro che la pratica delle mutilazioni genitali aumenta enormemente il rischio di mortalità e malattia nei loro figli. Può avere effetto sulla gravidanza e la salute del loro bambino. Queste madri hanno bisogno di aiuto. Il faut aider et encourager les mamans (Dobbiamo aiutare e incoraggiare le madri) Mi rendo conto, con sorprendente chiarezza, ancora una volta: aiutare le madri  =  aiutare i bambini.

La nostra prossima tappa è il remoto villaggio di Loppe. Parcheggiamo al bordo della strada. E’ una passeggiata lunga un miglio fino al villaggio, attraverso la boscaglia. A metà strada lungo il percorso, un distinto signore in un impeccabile abito color kaki e cravatta, tira su una moto e mi dice di salire dietro. On attend la delegation. Cavalcare il sellino posteriore di una moto attraverso la campagna dell’Africa Occidentale, sotto il sole di mezzogiorno, libera un po’ di adrenalina. E soffia  via un po’ di ragnatele. E ‘fantastico.

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L’atmosfera a Loppe sembra tranquilla e felice. Siamo qui per visitare il programma di sanificazione delle latrine promosso dall’UNICEF.  L’obbligo imperativo è quello di : separare le fonti d’acqua, per mantenere l’accesso ai pozzi d’acqua pulita, per proteggerli dal deflusso dalla terra nella stagione delle piogge, che è contaminata da rifiuti di origine animale e custodire le bocche dei pozzi dagli animali stessi . Il programma UNICEF ha contribuito a realizzare importanti sviluppi anche per il design pratico: fornitura di coperture in cemento da porre sopra le latrine per tenere lontane  le mosche, la costruzione di muri di cemento per tenere lontano gli animali, forniture di pentole piene di acqua e un pezzo di sapone per lavarsi poi le mani . Se non c’è un pezzo di sapone, c’è un secchio di cenere che serve per ottenere lo stesso scopo. Questi insegnamenti basilari di igiene e una buona sanità eleva il livello di salute generale e tutela madri e bambini dalla trasmissione delle malattie.

Quello che è successo dopo è stata fino ad ora l’esperienza più esaltante del mio viaggio. Sono stato invitato da una giovane famiglia nella loro casa. Vivono in una capanna circolare, sotto la quale c’è un’unica camera, con una circonferenza di circa 15 metri di diametro. Il tetto è di paglia. All’interno vengo presentato da Idrissa, il capo dell’ufficio regionale dell’UNICEF per l’Est Guinea, ad una coppia e ai loro tre figli, un maschio e due femmine. Sono armoniosamente belli. Il padre è calmo e tranquillo, disponibile al dialogo, un bel viso, mentre la madre è timida, la sua pelle è luminosa, e un sorriso talmente bello che potrebbe fa salpare migliaia di navi. I suoi figli si comportano bene, tranquilli e curiosi. Idrissa chiede se ho delle domande da porre. Mi sono complimentato per la loro casa, per il bellissimo interno. C’è un letto, che serve anche da panca e tavolo e ci sono vari strumenti e pentole appese strategicamente lungo le pareti. Mi complimento ancora dicendole come  i suoi figli sembrano stare  bene e quanto sembrano forti e in salute. Sua figlia maggiore mi ricorda mia nipote. Chiedo se ci sono stati problemi per quanto riguarda la loro educazione e nutrizione. “No” dice semplicemente. “Sono nati al centre de santé? “ chiedo “No, sono tutti nati in casa.”

Le chiedo se ha avuto facile accesso alle vaccinazioni. “Sì” dice lei. “Il giorno in cui sono nati“.

Poi mi racconta che il loro più grande problema è che non hanno cibo a sufficienza. Lavorano duro e ancora non è abbastanza. Ma  coltivano la propria produzione di riso e fagioli. Pauline chiede se è stata in grado di allattare i suoi figli. “Sì” dice lei “per sei mesi, ciascuno di loro“. “Come hai fatto a sapere che dovevi farlo?” chiedo. “Ho camminato al centre de santé  quando ero incinta. Mi hanno detto che avrei dovuto allattare. Inoltre l’ho sentito alla radio“. E ‘fantastico, dico io. Dico al padre che sono stato a visionare la situazione dell’acqua nel villaggio e il nuovo programma per l’igiene delle acque. Egli mi risponde che è molto importante e che dice sempre a suo figlio che deve lavarsi le mani prima di mangiare. Gli dico che il suo ragazzo sembra così  forte e che quando ero bambino mi è sempre stato insegnato mens sana in corpore sano. Una mente sana in un corpo sano. Idrissa traduce le mie parole. Il padre mi risponde che è molto felice e soddisfatto ed è un grande onore per lui sentirsi dire ciò.

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E ‘incoraggiante ed eccitante parlare con una famiglia che sta facendo le cose per bene e nel modo giusto, e che si assume la responsabilità per se stessi e per i loro figli. Il team dell’ UNICEF lo vede come un incentivo a continuare, cosi come me. I messaggi vengono ascoltati. Sta funzionando.

I residenti di Loppe ci regalano una travolgente saluto scoppiando in canti non appena il nostro convoglio di motociclette accende i motori e via verso il sole basso del pomeriggio. Dopo quella visita, c’è tempo per un pezzo di pane e una fetta di formaggio Vache Qui Rit dal frigo portatile, il tutto accompagnato da una lattina di coca e una compressa di Malarone.

Poi inizia il lungo viaggio verso Kankan. Ci fermiamo sulla strada, dove la nostra unica compagnia sono i bovini vaganti, che ormai sono diventati comuni come semafori. Apatici e svogliati, sembrano popolare le strade della Guinea fin dagli albori del tempo. E non c’è dubbio che continueranno a farlo anche dopo che ce ne saremo andati.

(fonte: unicef.org.uk)

Tradotto da: Valentina Magginelli