Diario dalla Guinea: giorno 2

E’ il secondo giorno per Tom Hiddleston e il suo primo viaggio con UNICEF UK, in visita in Guinea, Africa Occidentale. Tom incontrerà i bambini guineani, le famiglie e le comunità. Vedrà inoltre diversi progetti UNICEF, il nostro lavoro nella protezione ed educazione dell’infanzia, l’acqua e la sanità.

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Giovedì 24 gennaio 2013, 14:32
Devo cercare di essere il più onesto possibile. Mentre sono seduto a scrivere questa sera, ho preso questo impegno. Negli ultimi due giorni ho assaporato gioia e tristezza in egual misura. Mi sono sentito contento, illuminato e confuso. La squadra UNICEF qui in Guinea mi ha fatto una ricca introduzione ai propri programmi per i bambini, e le loro implementazioni a questi programmi, ma inizia ad emergere una fotografia della vita qui in Guinea.
E come un mosaico, uno di quelli che continua a cambiare forma e posizione, e questo cambia continuamente quella fotografia. Puoi guardarla da una angolazione diversa, o ad un’ora diversa del giorno. Dipende da dove hai preso l’informazione, o chi te l’ha data quell’informazione. Puoi anche riempire i buchi e prenderti pugnalate nel buio. E’ tutto aperto a diverse interpretazioni.
Ciononostante: devo cercare di essere aperto e sincero quanto posso.

Il mio secondo giorno in Guinea inizia con una visita all’Istituto Nazionale per la Salute e la Nutrizione Infantile (INSE) all’ospedale Donka di Conakry. Sono stato subito presentato ai medici più competenti e ai maggiori esperti di nutrizione infantile, i quali hanno in cura alcuni dei casi più gravi di malnutrizione infantile.

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Ogni spinta adrenalinica di avventura che avevo provato il giorno prima circa il mio viaggio in Africa Occidentale è stata istantaneamente stemperata alla vista di questi bambini. I dottori e le infermiere sono stati prodighi di assistenza e informazioni circa i dettagli riguardanti i problemi di ogni singolo bambino, ma ero semplicemente sommerso alla vista di così tanti bambini bisognosi. In una piccola corsia – delle dimensioni di una camera singola di un albergo tre stelle inglese, erano ricoverati almeno venti bambini, alcuni dei quali avevano poche probabilità di sopravvivenza. Le loro braccia e gambe erano incredibilmente magre, le loro guance rigate dalla lacrime, la loro pelle di un grigio scuro e straziante. La cosa che più mi ha shoccato è stata la velocità e l’urgenza del loro respiro, che fossero svegli o addormentati, ma era ugualmente inquieto e irregolare. Quando vedi un bambino che lotta così tanto solo per riuscire a respirare, ti fa male il cuore. Molti di questi bambini hanno infezioni polmonari, e molti se non tutti sono stati ammessi in ospedale per malnutrizione, o malattie ereditarie o per malnutrizione delle madri.

I dottori qui fanno tutto ciò che possono, con profonda competenza ed esperienza, calma e compassione, ma hanno bisogno di migliore e più apparecchiatura, oltre a grandi capacità. In un reparto con venti bambini c’è solo una macchina per l’ossigeno. Solo una. In una stanza di venti.

Un bambino, sveglio ma immobile, dolorosamente smunto, mi guardava con attenzione mentre i medici mi facevano fare il giro della stanza. “Elle a la maladie, ” ha detto in consulente, “mais elle est tres attentive.” Era molto premurosa e accorta, la sua mente ben chiusa dentro il suo corpo. Lei, come questi bambini, era bisognosa.

Vengo condotto in una stanza dove trovo due dei bambini più piccoli che io abbia mai visto. uno era nato con una terribile malattia della pelle dovuta all’assenza di vitamina A, l’altro è nato prematuro di tre mesi. La vista di questi due esserini mi lascia senza parole. La pelle del primo era secca come carta carbone.

Molti di questi bambini vengono ricoverati per malnutrizione cronica. Il concetto di malnutrizione è difficile da afferrare pienamente finché non hai visto bambini come questi. Immediatamente sorgono le domande. Perché? Quali sono le cause? La squadra dell’UNICEF è pronta con le risposte: prima di tutto, molti bambini non vengono nutriti al seno dalla nascita. vengono allattati solo per poco tempo, dopodiché viene data loro acqua, spesso non pulita e piena di malattie. Le madri stesse sono malnutrite e le malattie vengono ereditate dai figli, spesso alla nascita non vengono forniti i vaccini. Tornerò su questo argomento ancora e ancora. Questi sono i pezzi d’angolo del mosaico, non importa la frammentazione della fotografia d’insieme: allattamento, acqua, sanità, cure materne ed educazione, vaccinazione.

Ma non c’erano solo cattive notizie al Donka. Ho incontrato un neonato, alla cui madre era stata diagnosticata l’HIV, ma la malattia non era passata al figlio. Si stava svegliando quando sono passato ed era pieno di sorrisi e curiosità. l’UNICEF fornisce i trattamenti per prevenire che venga infettato.

E’ anche importante precisare che al Donka hanno una percentuale di guarigioni del 65%. L’Istituto ha nel suo staff specialisti altamente qualificati che lavorano instancabilmente per salvare vite, ma mancano le medicine essenziali, il materiale sanitario e le apparecchiature essenziali. Come Julien Harneis mi spiegava più tardi, sto assistendo a come vengono curati questi bambini a livello nazionale, nell’area altamente urbanizzata di Conakry. Nella parti più remote del paese, tuttavia, vengono applicate soluzioni e pratiche diverse dalle comunità locali. E non sempre sono i bambini che hanno bisogno delle cure, spesso solo le madri. Aiuti le madri, aiuti i bambini.

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Prima di metterci in strada per raggiungere queste comunità rurali, ci fermiamo per visitare il Project Tinafan. Attraversiamo campi sportivi, una distesa colorata di club calcistici da tutto il mondo, ma andiamo oltre il calcio, noi siamo qui per vedere il circo. Tinafan è un progetto finalizzato allo sviluppo delle capacità e l’integrazione sociale dei bambini che hanno dovuto lasciare la scuola e che riescono a malapena a sostentarsi con un lavoro sottopagato e non specializzato.
Tinafan, tramite l’insegnamento dell’arte circense, li aiuta a rafforzare la loro sicurezza in se stessi, migliora le loro relazioni interpersonali e li spinge a fidarsi l’uno dell’altro. Tutto questo può suonare un po’ arido. Da quello che ho visto, appena sceso dall’auto, questi ragazzi stavano ballando. Sento il battere dei tamburi. Vedo gente correre, saltare, sorridere, pedalare, la loro energia mi investe. Vedo atleti forti e in forma, sorridenti, pronti a esplodere. La preoccupazione che mi era rimasta addosso dopo quello che avevo visto al Donka è stata istantaneamente fugata dalla semplice, eccitante gioia irradiata da questi ragazzi.
Veniamo invitati dentro la palestra dove si allenano per assistere ad uno spettacolo. Un gruppo stava già sferzando la folla con frenesia, mentre dietro il sipario c’era dell’attività. Il gruppo era formato da almeno cinque percussionisti e due xilofonisti e poco altro. Il loro ritmo era propulsivo ed elettrico. Non sono certo di quali fossero le mie aspettative, ma sono state tutte ampiamente superate. Devo cercare di essere più più onesto che posso: questi ragazzi sono artisti di sorprendente grazia e atleticità. I migliori tra loro, ho imparato più tardi, avevano girato il mondo con il circo. La loro performance è stata esplosiva e sorprendente – acrobati, piramidi umane, trampolini, contorsionisti – una dimostrazione di forza, flessibilità e precisione al pari, se non migliore, dei più grandi artisti visti nei balletti, danza contemporanea, o il Cirque du Soleil. Si sono esibiti con gioia grezza. Il loro allenatore “Prince” inoltre insegna loro a dipingere, accennandomi quanto sia importante per i suoi studenti capire il potere di passione e creatività positiva anche quando il corpo inizia il suo decadimento.

Nella stessa mattina: un’immagine di malattia e malessere, seguita immediatamente da un’immagine di salute e benessere. Entrambe vere. Entrambe bisognose di visibilità, attenzione e continuo supporto. Due pezzi diversi del puzzle.

Di nuovo in strada. Una strada sconnessa e piena di buche, polvere rossa e e alberi di mango. La polvere è bauxite, il prodotto più esportato dalla Guinea. Questo paese è meraviglioso. E’ caldo e umido, il fumo si raccoglie nelle valli come una nebbia eterea, appena sotto la linea degli alberi. Viene dall’annerimento delle coltivazioni, o dai fuochi di cucina degli abitanti locali.

C’è solo una via principale che attraversa la Guinea, ed era quella dove eravamo noi, diretta a est dentro la parte rurale del paese. Durante il tragitto ci sono vari checkpoint presidiati da militari che fermano i veicoli davanti al nostro, ma il nostro fuoristrada passa senza problemi. Nessuno ferma un trasporto dell’UNICEF, un chiaro esempio del tipo di rispetto accordato a questa organizzazione, i suoi rappresentanti e componenti, nell’intero paese e ad ogni livello. In altri villaggi, donne e bambini seduti sul lato della strada applaudono quando passiamo. Tutti sanno che l’influenza dell’UNICEF è importante e indispensabile.

Dopo un viaggio di sei ore, che sono passate veloci per me grazie all’eloquenza di Julien circa i problemi che affliggono il paese, siamo giunti col calare della notte nel villaggio di Saramoussayah. Era buio. Davvero buio. Avremmo passato qui la notte: avremmo incontrato gli anziani locali, il sindaco, i dottori e gli insegnanti, e avremmo aiutato le donne del posto nella realizzazione di un gruppo per insegnare la prevenzione delle malattie infantili. Ci è stato riservato un caloroso benvenuto. Durante le presentazioni dei membri del gruppo agli anziani, sono rimasto colpito dalla serietà, forza e saggezza che traspare sui volti di questi uomini e donne. Il loro senso di responsabilità collettiva è profondamente ispirante, e umile. Sono quasi esclusivamente dottori, insegnanti, infermiere, o persone che lavorano al centre de santé, il centro medico. Dopo che la nostra delegazione è stata presentata a tutti, siamo stati invitati a cena. Julien ha dato il buon esempio, e chiede di lavarsi le mani prima di mangiare. Uno dei messaggi più importanti che l’UNICEF può aiutare a comunicare è questo genere di abitudini igieniche. Le madri dovrebbero sempre lavarsi le mani prima e dopo aver preparato il pasto, dopo aver lavato i propri figli e dovrebbero insegnare loro a fare altrettanto.

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Dopo una zuppa di riso, salsa e banane, Sono invitato a partecipare ad un gruppo per donne, presenziato dal DPS, il Prefetto della Sanità (credo n.d.r.), Dott.sa Mariam Kankanlabe Diallo. MI ha fatto subito una buona impressione. Sembra molto saggia e competente, con occhi profondi e gentili. E’ molto rispettata nella comunità per la sua formazione. E, come tutte le donne nella regione Mamou, veste e acconcia i capelli con colori brillanti. Veniamo scortati lontano dal centro del villaggio, ci sediamo in un circolo di panchine dietro alcune baracche, condividendo l’oscurità con le mucche, i grilli e le stelle. Siamo d’accordo di affrontare tre temi: igiene, allattamento e vaccinazioni. Ci vuole un po’ perché le donne imparino a fidarsi di noi; ci mettono un po’ a parlare. Dobbiamo far loro capire che sono in un ambiente abbastanza sicuro per poter dar voce alle loro preoccupazioni. L’oscurità quasi totale aiuta in questo senso, garantendo un certo anonimato.
Due cose emergono che trovo abbastanza sorprendenti. La prima riguarda la pratica dell’allattamento. Alcune delle donne ci dicono che non sapevano che fosse raccomandato l’allattamento il più a lungo possibile, almeno per sei mesi. Alcune ci dicono che davano acqua ai loro figli dopo uno/due mesi, partendo dal presupposto che l’acqua non potesse nuocere ai bambini, ma può esserlo, specialmente quando ci sono problemi localizzi sanità e pulizia dell’acqua. Alcune cercavano di dare cibo ai propri figli dopo solo pochi giorni/settimane la loro nascita. Alcune dicono che non hanno mai allattato i propri figli.
Ciò che mi ha sorpreso è la generale mancanza di educazione circa le cure materne. Non è assolutamente colpa di queste madri, molte delle quali sono ragazzine. Semplicemente non sapevano quale fosse la cosa migliore da fare. Le cure materne erano aperte ad interpretazione.

La seconda cosa che mi ha sorpreso è positiva. Chiedo circa la vaccinazione. Sono accolto da un generale grugnito di approvazione appena la parola viene menzionata – così alto e forte che mi fa sorridere. Le vaccinazioni sono rese disponibili indistintamente a tutti. Ogni donna ha confermato che i centri sanitari forniscono tutti i vaccini appropriati, e nessuno ha registrato lamentele. I loro figli erano tutti vaccinati: BCG, Polio, eccetera, tutte quelle principali erano state fornite. Mentre stavano ancora parlando tra loro, Pauline mi ha ricordato che tutte le vaccinazioni della regione sono fornite dall’UNICEF. Nessuna esclusa. Non dallo stato.

Questo inizia a illustrare la delicata posizione di un’organizzazione come l’UNICEF occupa in una nazione come la Guinea. A livello di sviluppo, sulla lunga distanza, è controproduttivo per un’organizzazione venire e semplicemente risolvere il problema, sia a livello nazionale che locale, perché appena lasciano il paese, gli abitanti vengono abbandonati a loro stessi. L’UNICEF deve compiere un lavoro cruciale fianco a fianco alle autorità cosicché queste comunità possano auto-educarsi e auto-sostenersi. Tutti si fidano dei membri dell’UNICEF, ispirano fiducia e sicurezza. E l’imperativo umanitario è quello di salvare vite e permettere alle persone di vivere con dignità. Se l’UNICEF non approvvigionasse con i vaccini, se non lavorasse con i comunicatori locali, se non finanziasse e supportasse i centri medici come quello a Saramoussayah, ci sarebbero molti più bambini come quelli che ho visto all’ospedale Donka.

Julien chiude l’incontro con attenzione. Ringrazia le donne per la loro onestà. “Non possiamo fare promesse”, dice, “ma continueremo a lavorare con le autorità per aiutarvi”.

In un giorno ho visto così tanti bambini differenti, così tante madri differenti, in comunità differenti, da così tante prospettive e angolazioni differenti. Ma posso vedere dove l’UNICEF sta aiutando. In alcuni casi è con la politica, la programmazione e i finanziamenti, in altri casi con aiuto medico diretto; in altri ancora semplicemente essendo presenti. Alzandosi per aiutare. E tornando la volta successiva. Per aiutare ancora. Una presenza rassicurante: costante, attenta e leale.

A letto quindi. infilo in testa la mia torcia, mi spruzzo di spray per gli insetti dalla testa ai piedi, mi lavo i denti, dico ciao a cinque grossi ragni che dividono la camera con me e Luke, mi infilo nella mia rete anti-mosche e chiudo gli occhi. Si sente un sacco di rumore provenire da una mucca e le sue amiche fuori dalla finestra. Mi piace pensare stiano dicendo “Ciao”.

(fonte: unicef.org.uk)

Tradotto da: Valentina Magginelli