Diario dalla Guinea: giorno 4

Martedì 29 gennaio 2013, 15:31
Il mio quarto giorno inizia con una corsa. Siamo in Kankan. Julien bussa alla mia porta alle 6:45 del mattino. Non ho dormito molto, perché è solo durante la notte che ho il tempo di scrivere. Ma sono qui solo per un breve periodo. E ‘importante godersi la maggior parte delle cose. Io e Julien corriamo lungo il fiume. A quest’ora  le strade sono già piena di attività, ma la riva del fiume è deserta. Nel giro di poche ore invece sarà affollata quasi come Oxford Street. La gente arriverà da ogni parte della città per lavare i vestiti, le auto ed i loro corpi. Forse è perché è molto presto, quando la mente è lucida, quando i nostri pensieri sono svincolati dalla cortesia e dall’auto-censura, ma io e Julien finiamo per parlare delle nostre passioni.

Condivido la mia ammirazione per Shakespeare, mentre Julien mi parla con erudizione di filosofia. Lui è un grande ammiratore di Michel Foucault, il filosofo francese che ha detto (tra le altre cose): “Non penso che sia necessario conoscere esattamente quello che sono. Lo scopo che ho nella vita e nel lavoro è quello di diventare qualcun altro che non ero all’inizio” Ogni giorno è un atto creativo: un passo più vicino a diventare chi si vuole essere. Ammiro enormemente Julien. Crede fermamente nella natura del servizio pubblico. Crede nel potere dell’eredità. Vuole lasciarsi alle spalle un mondo migliore di quello che ha trovato. Egli crede, in silenzio ma con fervore, in quello che fa.

Come rappresentante UNICEF residente in Guinea, uno dei più grandi successi di Julien è un progetto per il reinserimento dei bambini che sono stati arruolati nell’esercito, progetto sostenuto anche dal Fondo Costruzione per la Pace.

Era la nostra prima visita della giornata. Nei primi mesi del 2011, lavorando a stretto contatto con il Ministero della Gioventù, Julien convinse personalmente il Primo Ministro ad approvare un progetto per sostenere e aiutare 2000 giovani che erano stati irregolarmente assunti dalle forze armate. Questi bambini sono, sostanzialmente,  ex bambini soldato, anche se non hanno mai visto un conflitto vero e proprio. Sono giovani delle comunità locali, delle aree remote e rurali, che all’età di 15 – 17 anni sono stati reclutati, anche con la forza, e trasportati in campi militari per la loro formazione. Questi ragazzi non sono mai stati autorizzati a lasciare i campi e tutti coloro che hanno tentato di farlo sono stati picchiati, puniti fisicamente, umiliati e privati ​​di cibo.

Nel 2010, con il passaggio da un governo militare a un governo civile, questi giovani uomini e donne sono stati rilasciati senza alcun mezzo di sussistenza o di trasporto. Nel timore di stigmatizzazione, molti di questi bambini (adolescenti spaventati e sfregiati ) si diedero alla criminalità e al banditismo. Altri giovani vulnerabili invece sono stati reclutati nel programma.

Il Fondo Consolidamento per la Pace pagò per il loro reinserimento attraverso i Centri di Formazione Professionale del governo che, pur ragionevolmente attrezzati, non avevano i soldi per portare avanti i programmi di formazione. Il progetto mira a facilitare la reintegrazione di quelli che oggi sono giovani uomini e donne, attraverso servizi di formazione professionale. Il centro è un alveare di attività.

Non appena esco dalla macchina, vengo portato a un quadrilatero di edifici/officine, specializzate in diverse e specifiche competenze: legno, saldatura, idraulica, carpenteria, formazione per elettricisti, posa di mattoni e muratura. Questi giovani adulti si impegnano per raggiungere uno scopo. Non ho mai visto nessun artigiano (uomo e donna) così fiero e appassionato per il proprio lavoro.

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Parlo a Claude, nella falegnameria, il quale ha fabbricato qui sedie, tavoli, porte e letti negli ultimi due anni. Più tardi, in una stanza tranquilla nell’ufficio del direttore, Claude mi racconta la sua storia. Era nel suo campo. Stava lavorando sulle sue colture. L’esercito venne e disse a lui: “Tu vieni con noi” E questo è stato. Quando i problemi sono peggiorati, fu l’esercito a lasciarli andare e lui è tornato ai suoi campi. Quando questo progetto, il Fondo di Costruzione per la Pace, andò da lui e gli offrì una seconda possibilità, la sua prima risposta fù: “No, sono stato deluso una volta, che cosa avete realmente intenzione di propormi? Je n’avais pas confiance?” Ma poi pensò che avrebbe potuto fare tesoro di tutto ciò e decise di fare un tentativo.

Claude non ha mai guardato indietro. Quando venne reclutato nelle forze armate durante la sua tarda adolescenza, la madre aveva approvato. Egli sperava di ottenere un lavoro, di guadagnare denaro, di ricevere formazione. Non ha ricevuto nulla. Ma ha avuto fortuna. Le sue ultime parole finali sono entusiasmanti: “Adesso passo tutto il tempo nel mio laboratorio . Questa è la mia vita. Questo è quello che faccio. Qui. ora, poi, e ancora dopo. Se c’è legno, se ho la mia attrezzatura, sarò sempre in grado di lavorare. lo adoro. guadagno. io sono qui. “

Ciò non accade solo ai ragazzi. Parlo anche a Josephine, che proviene esattamente dallo stesso villaggio di Claude. Tra il 2000 e il 2007, lei studiava. Ma suo padre morì e lei rimase sola con la madre. Vendevano verdure al mercato. Nelle vicinanze c’erano un sacco di campi militari. Sono andati nel suo villaggio per cercare nuove reclute. L’esercito entrò in casa sua e le disse che la posizione della loro base era un segreto e che se lei avesse rivelato la loro posizione, l’avrebbero uccisa. “Ils VONT tuer ma famille“. Fu reclutata. Ha seguito i soldati nella boscaglia per poi lavorare come addetta alle pulizie: non aveva nessuna opzione. E ‘stata dura, ma lei dice “siamo abituati al suono dei fucili.”

Quando il Fondo Costruzione della Pace arrivò  da lei, la madre la mise guardia contro di essi: “Stanno per abusare di te, ti stanno reclutando per i ragazzi. E ‘troppo pericoloso…” supplicò la madre e lei rispose “Dio è grande”. Ora Josephine è felice: ha competenze, è sicura di sé, ha i soldi da condividere, e nessuna preoccupazione per il futuro. Lei è così felice che quasi piange.

Quello che l’UNICEF sta facendo per questi giovani adulti è una cosa enorme. Il Centro di Formazione sta fornendo loro una formazione professionale che durerà due anni; programma di formazione che darà loro uno scopo e una fonte di reddito per il resto della loro vita. Kankan ha bisogno di idraulici, elettricisti, falegnami e costruttori. Questi sono i tecnici che costruiscono una società. E loro costruiranno la propria società.

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Nel pomeriggio, ci dirigiamo ad est di Kankan, verso Mandiana. Si trova a 35 km in linea d’aria con il confine di Mali. E ‘il luogo più remoto che abbia mai visitato. La strada non è per niente una strada. Si tratta di una strada sterrata attraverso la boscaglia, la più irregolare rispetto a qualsiasi altra finora. Il viaggio dura due ore e mezzo con il nostro 4×4. Quando arriviamo, la mia prima domanda è: perché? Perché c’è un insediamento qui? Non riesco a capire immediatamente la storia del luogo. Non vi è alcun fiume e poca vegetazione.

La risposta: l’oro.

Ci sono molte miniere d’oro artigianali vicino Mandiana, che creano una fonte primaria di reddito per gli uomini della regione. Noi siamo qui perché è il posto più lontano da Conakry nel quale possiamo arrivare e tra l’altro le indagini nutrizionali dell’UNICEF hanno dimostrato che le condizioni di malnutrizione in questa zona sono le peggiori. Parcheggiamo fuori dal Centre de Santé, che è pieno di donne e bambini, e non appena siamo dentro, un gruppo di discussione sembra prendere inizio.

Queste donne sono più dirette e schiette di qualsiasi altre con cui ho parlato finora. Sembrano meno timide e diffidenti. Sono arrabbiate e i loro problemi sono molto urgenti. Qual è il problema più grande per voi qui? chiedo. Acqua, rispondono. Non c’è acqua. L’affermazione è cosi chiara e senza mezzi termini che mi colpisce come un bastone sulla testa. Puoi spiegarci meglio? chiediamo. Una donna alza la voce: C’è un solo un unico pozzo, è una lunga passeggiata dal villaggio, a cui abbiamo accesso solo in alcune ore della giornata, perché è controllato dai militari. Non ho bisogno di alcuna spiegazione in più. Sono privi di un bisogno fondamentale.

Quello che segue è una dimostrazione dei metodi di controllo dei bambini piccoli con segni di malnutrizione. Il primo test è relativamente semplice. Una piccola banda colorata, simile a un bracciale o una piccola cavigliera, viene infilato attorno al braccio sinistro del bambino, tra il gomito e spalla, per misurare la larghezza della parte superiore del braccio. Se la misura si trova nella zona verde significa che tutto va bene, se si trova tra il giallo o il rosso, vi è motivo di ulteriori trattamenti perché significa che il bambino è moderatamente o gravemente malnutrito. Se un bambino viene diagnosticato di essere malnutrito, sono immediatamente trasportati al Centro de Santé o all’ospedale locale che tratta i casi più gravi di malnutrizione con altre complicazioni. Queste complicazioni possono aver causato la malnutrizione, possono essere il risultato di malnutrizione, o possono aver aggravato la malnutrizione già esistente. In ogni caso, si tratta di bambini molto malati.

Ai bambini moderatamente malnutriti viene in primo luogo prescritto un pacchetto di pasta a base di arachidi  e proteine, che viene dato alla madre per nutrire il bambino, una certa quantità ogni giorno. Contiene anche vitamine e minerali essenziali, con la speranza che, quando il bambino tornerà al centro di salute dopo una settimana o due, il livello di salute del bambino sia aumentato. Se un bambino è gravemente malnutrito, invece, viene portato immediatamente al più vicino centro di degenza o in ospedale e gli viene prescritto un trattamento di latte  terapeutico: F75 e F100, che variano in forza e deve essere somministrato durante le due fasi principali del trattamento.

L’UNICEF è responsabile delle forniture, dell’approvvigionamento di questo latte e delle attrezzature mediche.

Il bambino di otto mesi che viene controllato, è al confine tra la zona gialla e rossa. Viene diagnosticato moderatamente malnutrito.  E non c’è acqua qui. Ha solo otto mesi. La strada da percorrere, per questo bambino, sarà incredibilmente ripida.

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Ci spostiamo dal villaggio all’ospedale di Mandiana. Ci sono dodici posti letto, quattro dei quali riservati specificamente per i bambini affetti da malnutrizione. Veniamo presentati a una giovane madre, di diciotto anni, Alima Diallo e a suo figlio di un anno (il terzo figlio) che, negli ultimi due giorni, è stato in cura presso l’ospedale. Ha la malaria ed è anche gravemente malnutrito. Il primo figlio di Alima morì a quattordici mesi, probabilmente per la malaria.

Lei vive a 9 km da Mandiana, e viene regolarmente in questo ospedale: “Qui fanno un buon lavoro” 

Il medico ci spiega che prima di tutto forniscono latte terapeutico, poi farmaci e antibiotici. Medicine che contengono anche l’acido folico per migliorare la condizione del sangue, paracetamolo per ridurre la febbre, e compresse per ridurre i parassiti. Fonti multi-vitaminiche. Un sacco di medicine.

Il medico ha bisogno di constatare un aumento di peso del 15% prima che il bambino possa essere rilasciato, dovrebbe impiegarci tre settimane, dopo di che Alima potrà andare al centro benessere, che riesaminerà lo stato di salute del bambino e quindi fornirle la pasta di arachidi specializzata.

In questo scenario l’UNICEF fornisce sia pasta di arachidi terapeutica e sia sessioni di formazione per i medici per i casi di malnutrizione acuta e grave: le istruzioni sul nuovo protocollo, dimostrazioni di cucina per le giovani madri; sessioni su come implementare i gruppi di sostegno per l’allattamento al seno, ricetta per il latte, nastri per misurare le braccia e bilance. L’UNICEF ha fornito le attrezzature e le forniture, ma è compito del personale medico locale salvare le vite umane.
Alima è molto contenta del trattamento ricevuto e lei stessa può effettivamente constatare il miglioramento del suo bambino. Il dottore dice che è probabile che Alima abbia trascorso solo tre anni a scuola. Lei pensa di star facendo bene, ma il medico non è d’accordo. Alima pensa di avere cibo a sufficienza, quando invece non lo ha. Alima è lei stessa una bambina. Ha 18 anni e ha avuto tre figli. Ha avuto il suo primo figlio all’età di quattordici anni. Il bambino è morto. Il suo secondo bambino ha tre anni e si sospetta che abbia la malaria. Il suo terzo figlio  è malnutrito.

Mentre andiamo via dall’ospedale Julien ci spiega che questo sembra un caso di una giovane madre che non conosce il modo migliore per garantire al suo bambino una dieta equilibrata. Vive lontano dal centro della salute, non è andata a scuola, e in particolare non presta attenzione all’osservazione e alle diagnosi dei sintomi di cattiva salute. Lei ha probabilmente agito troppo lentamente e troppo tardi nel cercare assistenza medica. Alima ha fatto del suo meglio con quello che ha, ma è stata delusa dalla mancanza di istruzione. Sta imparando, però. Dice che non vorrà avere altri figli fino a che il più giovane dei due non sarà completamente sano.
Mentre ci allontaniamo da Mandiana, da questo caldo e arido luogo, mi sento più che mai lontano da casa. Non riesco a concepire ciò significa vivere qui e le semplici sfide che devono affrontare per sopravvivere.

‘Non c’è acqua’. Non riesco a togliermelo dalla testa.

(fonte unicef.org.uk)

Tradotto da: Valentina Magginelli